Come fossi una specie di sportello del comune che rilascia licenze per accoppiarsi.
Che non so da dove prende origine e non mi va nemmeno di stare ad indagare.
Forse perché fa tanto treno che passa e resti a guardare, con le valige pronte da una vita ma mai il coraggio per salire.
La tizia del piccolo tour nella casa diroccata alla luce spettrale del cellulare di qualche tempo fa.
Poi è stato inghiottito dal rumore di fondo e si è perso nell’oceano di silenzio confuso tra mille altri nomi.
Un pensiero ogni tanto affidato al sole rosso e morente aggrappato all’orizzonte.
E il pensiero che non si traduce mai in gesto, in un continuo gioco di rimandi dettato dalla difficoltà di trovare un senso e un ordine preciso alle sensazioni.
Come ci fosse un’urgenza precisa nel mettermi a parte di questo terribile segreto.
I tasselli vanno tutti al loro posto in frazioni di secondo come nella soluzione del più classico spaccaquindici.
Tutto quello che è stato detto, tutto quello che è stato taciuto.
Per un istante solo pensare a quel gesto non compiuto, a quella frase non pronunciata in un preciso momento, in una precisa serata a darci in pasto chiacchiere e malessere.
L’eterno “What if” della vita, le infinite sliding doors che ci fanno scegliere un percorso ben preciso.
E infondo a tutto, dietro il rumore di cristallo che improvvisamente si incrina a quelle parole , la consapevolezza che sia giusto così.
E la fermissima convinzione che mangerò il cuore di quello stronzo se solo si azzarderà a farle del male.
Incrociamo le dita per A., che un po’ di sana tranquillita se la merita proprio.
Questo post è stato ispirato da una playlist sbagliata e dall’essere stato morso da Pepita. ^^